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7.03.2001
One day i wrote her name upon the strand,
but came the wavesw and washed it away:
agayne i wrote it with a second hand,
but came the tyde, and made my paynes his pray.
Vayne man,sayd she, that doest in vaine assay,
a mortall thing so to immortalize,
for i my selve shall lyke to this decay,
and eek my name wyped out lykewize.
Not so, (quod i) let baser thing devize,
to dy in dust, but you shall live by fame:
my verse your vertues rare shall eternize,
and in the hevens wryte your glorious name.
Where whenas death shallall the world subdew,
our love shall live, and later life renew.
Un giorno scrissi il suo nome sulla spiaggia,
ma giunsero le onde, e lo portaron via;
di nuovo lo scrissi, una seconda volta,
ma giunse la marea, e fece preda dei miei sforzi.
Oh illuso, diss’ella, che cerchi invano
d’immortalare così una cosa mortale,
io stessa dovrò similmente spirare,
e pure il mio nome sarà cancellato così.
Non è vero, (dissi io), lascia che sian cose più vili
a morir nella polvere, tu vivrai per fama:
i miei versi immortaleranno le tue alte virtù,
e scriveranno il tuo glorioso nome in cielo.
Ove, mentre la morte soggiogherà tutto il mondo,
il nostro amore avrà vita, e nuova vita genererà.
EDMUND SPENCER (1552-1599)
Da “Lirici europei del cinquecento”, Luca Rossi
Sgombra, o gentil, dall'ansia
mente i terrestri ardori;
leva all'Eterno un candido
pensier d'offerta, e muori:
nel suol che dee la tenera
tua spoglia ricoprir,
altre infelici dormono,
che il duol consunse; orbate
spose dal brando, e vergini
indarno fidanzate;
madri, che i nati videro
trafitti impallidir.
Te dalla rea progenie
degli oppressor discesa,
cui fu prodezza il numero
cui fu ragion l'offesa,
e dritto il sangue, e gloria
il non aver pietà,
te collocò la provida
sventura in fra gli oppressi:
muori compianta e placida;
scendi a dormir con essi:
alle incolpate ceneri
nessuno insulterà.
[...]
Alessandro Manzoni, "Adelchi", Atto IV Scena I Marc Chagall, Le porte del camposanto
I volti sono l'interiorità nascosta,
i sensi,
la maschera del non detto.
I volti sono francobolli vidimati dal tempo
uno scandalo che denuda i pensieri e le intenzioni.
I volti sono ricordi che deridono il loro passato
i volti sono una pozione chimica nella quale circolano le
domande
i volti sono lingue senza alfabeto
i volti sono lettere che restano sempre chiuse.
Amal al-Juburi
da "Non ho peccato abbastanza, antologia di poetesse arabe contemporanee" a cura di Valentina Colombo, Oscar Mondadori, settembre 2007
A bel vedere sull’aia
tante notti abbiamo dormito,
le mani affondate nel grano,
il sonno guardato dai cani.
Più mansueti erano i tuoi piedi
dei colombi fatti per burla
col panno bianco dei fazzoletti.
Avevi fili di paglia nei capelli:
alle spalle muovevi il prato
a una trepida suoneria.
Nulla è mai veramente perduto,
o può essere perduto,
nessuna nascita, forma, identità
nessun oggetto del mondo,
né vita, né forza, né alcuna cosa visibile;
l'apparenza non deve ingannare,
né l'ambito mutato confonderti il cervello.
Vasti sono il tempo e lo spazio
vasti i campi della Natura.
Il corpo lento, invecchiato, freddo
le ceneri rimaste dai fuochi di un tempo,
la luce degli occhi divenuta tenue,
tornerà puntualmente a risplendere;
il sole ora basso a occidente
sorge costante per mattini e meriggi;
alle zolle gelate sempre ritorna
la legge invisibile della primavera,
con l'erba e i fiori e i frutti estivi e il grano.
I fynde no peace and all my warr is done;
i fere and hope i burne and freise like yse;
i fley above the wynde yet can i not arrise;
and not i have and all the worold i seson.
That loseth nor locket, holdeth me in prison
and holdeth me not, yet can i scape no wise;
nor letteth me lyve, nor dye at my devise,
and yet of deth it gyveth me occasion.
Withoute liven, i se; and withoute tong i plain;
i desire to perisshe and yeti aske helthe;
i love an othre and thus i hate my self;
i fede me in sorrowe and laugh in all my pain;
like wise displeaseth me boeth deth and lyffe;
and my delite is causer of this stryff.
Thomas Wyatt (1503-1542)
Pace non trovo e finita è la mia guerra;
temo e spero, brucio e gelo come il ghiaccio;
volo oltre il vento, eppure non posso elevarmi;
e nulla possiedo e tutto il mondo dòmino.
Quel che non libera né lega mi tiene prigioniero,
e non mi tiene, eppure non m’è dato fuggire;
non mi lascia vivere né morire a piacer mio,
eppure di morte mi dà occasione.
Vedo senz’occhi, e mi lamento senza voce;
desidero morire, eppure chiedo di star sano;
amo un’altra e così odio me stesso;
mi nutro di dolore e d’ogni altra mia pena rido;
mi sono invise e la morte e la vita;
e mia delizia è colei che causa questa lotta.
(Da “Lirici Europei del Cinquecento”, traduzione di Luca Rossi)
Tiziano, “Violanta” (1515-1518)